Nella classifica dell'efficienza energetica delle 12 maggiori economie del mondo l'Italia si colloca al terzo posto, dietro a Gran Bretagna e Germania, ma davanti a Stati Uniti, Giappone, Francia e Cina. Lo rivela il rapporto International Energy Efficiency Scorecard curato da Aceee, American Council for an Energy-Efficient Economy.
Un piazzamento più che onorevole per il nostro Paese, anche se molto resta ancora da fare. Il tema dell'efficienza energetica in architettura è stato al centro di una sessione congressuale di ZeroEmission Rome 2012, la manifestazione dedicata a energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, lotta ai cambiamenti climatici ed emission trading.
Secondo Silke Krawietz, intervenuta in rappresentanza della Luiss Guido Carli e del Seta Network, "il design delle costruzioni sostenibili con l'integrazione del fotovoltaico negli edifici ed altre tecnologie solari rappresenta una maggiore opportunità e una sfida per gli architetti e gli ingegneri del futuro. Le tecnologie delle costruzioni edilizie, insieme alle strategie del design che usano l'energia riducendo la richiesta totale di energia, sono attualmente in una fase di grande sviluppo in tutto il mondo come risposta a questa tendenza sostenuta anche dai governi di molti paesi".
Le costruzioni edilizie, aggiunge, "sono responsabili dell'emissione di circa un terzo dei gas serra, del 40% del consumo di energia, del 25% del consumo di acqua e del consumo di una significativa percentuale di altre risorse come, ad esempio, i metalli e il legno".
In aggiunta, "le costruzioni edilizie presentano un grande potenziale per raggiungere una significativa diminuzione dei gas serra in entrambi i paesi sviluppati ed in via di sviluppo poiché il consumo dell'energia nelle costruzioni edilizie può essere ridotto dal 30% all'80% utilizzando tecnologie già sperimentate e commercialmente disponibili''.(AdnKronos)
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venerdì 7 settembre 2012
martedì 27 luglio 2010
Enti++: efficienza energetica negli edifici pubblici
Co.Svi.G. e AzzeroCo2 hanno siglato un protocollo d’intesa per promuovere interventi di risparmio energetico nei comuni del territorio geotermico toscano per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra mediante la diffusione di sistemi, tecnologie, interventi diretti sul patrimonio, finalizzati all’efficienza energetica, allo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili, all’impiego di materiali ecocompatibili ed alla diffusione di interventi di mobilità sostenibile verso un processo di azzeramento delle emissioni di gas ad effetto serra.
Una collaborazione che nasce dagli obiettivi per cui sia Co.Svi.G. che AzzeroCo2 operano sul territorio: il primo nato per iniziativa dei Comuni dell’area geotermica per promuovere iniziative di sviluppo socio-economico sul territorio e facilitare tutti gli adempimenti tecnici e finanziari legati ai contributi relativi all’utilizzo della risorsa geotermica; AzzeroCo2 nata per offrire ad aziende e agli enti pubblici e privati la possibilità di contribuire attivamente alla riduzione della quota di emissioni climalteranti in atmosfera attraverso progetti mirati a neutralizzare il carico ambientale.
Le amministrazioni che vorranno partecipare e sottoscriveranno l’accordo con Co.Svi.G. e AzzeroCo2 diventeranno “Enti ++”, ovvero dotati di una certificazione di efficienza energetica e diventeranno soci del Kyoto Club, così da potersi inserire pienamente nelle attività promosse dall’associazione per l’abbattimento delle emissioni di gas climalteranti e poter fruire di tutti i benefici previsti per gli associati.
Per diventare Enti ++ le amministrazioni dovranno impegnarsi attraverso la messa in opera di buone pratiche per l’uso razionale dell’energia negli edifici pubblici che verranno progettate grazie alle competenze che i tecnici di Co.Svi.G. e AzzeroCo2 metteranno a disposizione.
Le attività del protocollo prevedono due fasi d’intervento: la prima servirà a raccogliere tutte le informazioni utili per poter, poi, avviare la seconda dove si passerà agli interventi operativi.
Co.Svi.G. e AzzeroCo2 daranno vita, intanto, ad una campagna informativa che partirà a settembre con una giornata in cui verranno presentate le opportunità offerte dal protocollo così da coinvolgere i comuni e gli enti associati a Co.Svi.G: seguiranno quindi incontri specifici per individuare e raccogliere le esigenze delle amministrazioni sul territorio così da definire gli interventi da realizzare nei singoli comuni.
Il protocollo prevede in questa fase anche la predisposizione di un pacchetto di servizi per definire un percorso strategico di azzeramento delle emissioni di CO2, attraverso un audit energetico e la stesura di uno studio di fattibilità per interventi di riqualificazione energetica su quattro edifici pubblici scelti dal Comune e sui relativi impianti, una proposta dei tempi per la realizzazione degli interventi e una previsione delle risorse necessarie. Oltre al supporto necessario per accedere agli incentivi regionali e nazionali e l’impostazione di una campagna di promozione rivolta ai cittadini e alle imprese per una diffusione delle tecnologie per l’ecoefficienza e per l’utilizzo delle fonti rinnovabili.
(qualenergia.it)
Una collaborazione che nasce dagli obiettivi per cui sia Co.Svi.G. che AzzeroCo2 operano sul territorio: il primo nato per iniziativa dei Comuni dell’area geotermica per promuovere iniziative di sviluppo socio-economico sul territorio e facilitare tutti gli adempimenti tecnici e finanziari legati ai contributi relativi all’utilizzo della risorsa geotermica; AzzeroCo2 nata per offrire ad aziende e agli enti pubblici e privati la possibilità di contribuire attivamente alla riduzione della quota di emissioni climalteranti in atmosfera attraverso progetti mirati a neutralizzare il carico ambientale.
Le amministrazioni che vorranno partecipare e sottoscriveranno l’accordo con Co.Svi.G. e AzzeroCo2 diventeranno “Enti ++”, ovvero dotati di una certificazione di efficienza energetica e diventeranno soci del Kyoto Club, così da potersi inserire pienamente nelle attività promosse dall’associazione per l’abbattimento delle emissioni di gas climalteranti e poter fruire di tutti i benefici previsti per gli associati.
Per diventare Enti ++ le amministrazioni dovranno impegnarsi attraverso la messa in opera di buone pratiche per l’uso razionale dell’energia negli edifici pubblici che verranno progettate grazie alle competenze che i tecnici di Co.Svi.G. e AzzeroCo2 metteranno a disposizione.
Le attività del protocollo prevedono due fasi d’intervento: la prima servirà a raccogliere tutte le informazioni utili per poter, poi, avviare la seconda dove si passerà agli interventi operativi.
Co.Svi.G. e AzzeroCo2 daranno vita, intanto, ad una campagna informativa che partirà a settembre con una giornata in cui verranno presentate le opportunità offerte dal protocollo così da coinvolgere i comuni e gli enti associati a Co.Svi.G: seguiranno quindi incontri specifici per individuare e raccogliere le esigenze delle amministrazioni sul territorio così da definire gli interventi da realizzare nei singoli comuni.
Il protocollo prevede in questa fase anche la predisposizione di un pacchetto di servizi per definire un percorso strategico di azzeramento delle emissioni di CO2, attraverso un audit energetico e la stesura di uno studio di fattibilità per interventi di riqualificazione energetica su quattro edifici pubblici scelti dal Comune e sui relativi impianti, una proposta dei tempi per la realizzazione degli interventi e una previsione delle risorse necessarie. Oltre al supporto necessario per accedere agli incentivi regionali e nazionali e l’impostazione di una campagna di promozione rivolta ai cittadini e alle imprese per una diffusione delle tecnologie per l’ecoefficienza e per l’utilizzo delle fonti rinnovabili.
(qualenergia.it)
venerdì 3 aprile 2009
«La questione nucleare c'è solo in Italia». Verso il G8 dell'energia
Mentre il Senato è impegnato nella discussione sui temi dell'effetto-serra e del cambiamento climatico, le dieci aziende leader mondiali nella produzione di energia dei Paesi del G8 lavorano al summit annuale dell'E8 (l'organizzazione che le riunisce). L'appuntamento è già fissato per il 4 giugno a Roma, sotto la presidenza italiana dell'Enel.Dalla riunione, che il presidente dell'Enel Piero Gnudi ha voluto allargare ai rappresentanti di Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa, scaturiranno analisi e raccomandazioni che saranno sottoposte agli otto grandi in occasione del vertice della Maddalena. In cima all'agenda c'è il cambiamento climatico, come spiega lo stesso Gnudi nella sua veste di presidente dell'E8.Perché il cambiamento climatico?È uno dei temi principali nell'agenda dei governi di tutto il mondo. Basti pensare a come lo ha cavalcato il Presidente Obama, e a come ora l'amministrazione di Washington lo abbia trasformato in uno strumento per dare nuovo impulso agli investimenti nella ricerca. Noi produttori di energia siamo responsabili del 23 per cento delle emissioni globali di CO2, ma siamo anche il settore che ha investito di più, e con successo, per ridurle. Vogliamo dunque mettere la nostra esperienza a disposizione della comunità internazionale con delle proposte che presenteremo agli otto grandi.Quali soluzioni prospettate?Innanzi tutto è necessario un grande sforzo tecnologico. Questa strada comporta però investimenti rilevanti, con ritorni molto dilazionati nel tempo. Per questa ragione, per trovare i finanziamenti necessari occorre un quadro normativo certo, stabile e accessibile, che metta le aziende in condizione di programmarli.Mi fa un esempio?Prendiamo gli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Le regole che disciplinano la remunerazione di queste attività devono essere certe e non possono essere cambiate troppo frequentemente, perché altrimenti le aziende non avrebbero visibilità sul ritorno dei loro investimenti, e dunque rinuncerebbero a farli. In Italia il sistema degli incentivi è ben congegnato, ma manca di certezza nelle procedure autorizzative: prima di poter costruire un campo eolico si impiegano anni tra mille ostacoli burocratici, istanze ambientaliste e lungaggini amministrative.Quale altra soluzione proporrete per ridurre le emissioni di CO2?Non si può certo pensare di aggredire il problema con soluzioni in ambito regionale, o anche continentale. I meccanismi e le regole su questo fronte devono essere concepiti su scala globale, perché il tema del cambiamento climatico non conosce confini. I certificati di emissione della CO2 introdotti dal Protocollo di Kyoto, ad esempio, dovrebbero poter scaturire da progetti realizzati in qualsiasi parte del mondo, e senza limitazioni. Se davvero vogliamo attrarre investimenti, è dunque necessario che questi certificati non siano vincolati a quantità specifiche e a specifici luoghi. Quel che conta, infatti, è l'effettiva riduzione globale della C02. Allo stesso modo, dobbiamo pensare a soluzioni che consentano l'esportazione delle migliori tecnologie: se ad esempio applicassimo al parco centrali della Cina la tecnologia del carbone pulito introdotta da Enel a Civitavecchia, raggiungeremmo in un sol colpo gli obiettivi europei di riduzione della CO2.Nel G8 c'è un reale orientamento comune?Direi che esiste una comune consapevolezza delle sfide che ci attendono. Devo dire che sotto questo profilo l'Italia è un Paese virtuoso: in Europa, è il Paese che consuma meno energia per abitante, e soprattutto il nostro parco centrali è tra i più moderni ed avanzati. Questo per certi aspetti è un vantaggio, perché siamo all'avanguardia sul fronte del risparmio e dell'efficienza energetica, ma è anche uno svantaggio, perché qualsiasi ulteriore miglioramento presenta costi e difficoltà maggiori rispetto ai Paesi che sono più indietro di noi.L'Italia ha scelto la via del nucleare. Se ne parlerà all'E8?Tutte le imprese che fanno parte dell'organizzazione concordano sul fatto che il nucleare sia una delle strade che dobbiamo percorrere. L'Italia è l'unico Paese del G8 che non utilizza questa fonte energetica: questo del nucleare è dunque un dibattito tutto italiano, e quindi credo che l'E8 si limiterà a raccomandare di proseguire sulla strada del nucleare. Enel opera nel nucleare in Francia, in Slovacchia e Spagna, perché pensiamo che questa tecnologia debba far parte di un mix produttivo ben bilanciato insieme al carbone pulito e alle fonti rinnovabili.Qual è la nuova frontiera delle rinnovabili?La sponda meridionale del Mediterraneo, soprattutto per noi europei, presenta opportunità di crescita che non devono andare disperse. Tutti i Paesi rivieraschi dell'Africa settentrionale hanno vento e sole in abbondanza, e hanno ampia disponibilità di terra. Coniugando queste risorse con la nostra disponibilità di tecnologie e capitali, potremmo realizzare un grande progetto di sviluppo delle fonti rinnovabili. È un percorso però ancora tutto da realizzare, perché la centralità delle fonti rinnovabili è un concetto ancora troppo giovane nell'agenda dei governi del mondo. (Da Il Riformista)
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Protocollo di Kyoto
venerdì 27 marzo 2009
Con l’energia solare risparmi assicurati
Tanto sole, il mare e un microclima decisamente favorevole sono elementi su cui puntare per una buona promozione turistica. Ma non solo. In questo particolare momento storico, in cui il risparmio energetico sta diventando quasi una necessità, tanto sole può tradursi in un vantaggio veramente redditizio.L’energia solare è infatti disponibile in quantità illimitata, non produce scarichi fumosi e non necessita di condutture o cavi per essere trasportata, perché ci arriva direttamente dal produttore: il sole. Ma occorre sfruttarlo, per ricavarne benefici.«Mai come oggi in Italia è incentivato l’uso di fonti rinnovabili. Ci sono leggi, infatti, che agevolano l’installazione di pannelli solari termici e fotovoltaici», sottolineano da Bieffe Clima, a Ospedaletti, centro specializzato nel settore, con una vasta esperienza anche negli impianti per il riscaldamento e la climatizzazione sia degli ambienti domestici sia dei luoghi di lavoro.L’impiego dell’energia solare per la produzione di acqua calda sanitaria e per il riscaldamento delle abitazioni, risulta già concorrenziale dal punto di vista dei costi e garantisce risparmi notevoli sulle bollette del metano e sul consumo di gasolio per caldaie, con un ammortamento impianto di circa 4-5 anni.Basti pensare che ogni metro quadro di collettore solare permette di risparmiare circa 100 litri di petrolio all’anno e di evitare l’emissione in atmosfera di svariati kg di CO2 e polveri. Per ciò che concerne il solare termico, le tipologie di impianto sono fondamentalmente due: quelli a circolazione naturale (con il serbatoio posizionato direttamente sopra il collettore) usati per produrre acqua calda, e quelli a circolazione forzata (il serbatoio può essere posizionato in qualunque parte dell’edificio) usati per l’acqua calda e per l’integrazione sul riscaldamento. I primi hanno il vantaggio di offrire un’elevata semplicità di installazione e di non necessitare di energia elettrica per funzionare, adattandosi molto bene a impianti di piccole dimensioni, quelli «domestici». I secondi sono più funzionali in impianti di medie-grandi dimensioni e hanno dalla loro la caratteristica di disperdere poco calore. Naturalmente, i vantaggi di queste soluzioni non sono solo economiche ma soprattutto ecologiche. Purché ci si rivolga a installatori specializzati come quelli di Bieffe Clima. Una curiosità è indubbiamente quella di conoscere la storia dello sfruttamento dell’energia solare. I primordi sono nel 1839 quando il francese Alexandre Edmond Bécquerel nota che «della corrente elettrica è generata durante alcune reazioni chimiche indotte dalla luce». Scopre così l'effetto fotogalvanico negli elettroliti liquidi. Nel 1883 l'inventore statunitense Charles Fritz produce una cella solare di circa 30 centimetri quadrati a base di selenio con un'efficienza di conversione dell'1-2 per cento. E’ invece il 1905 quando Albert Einstein pubblica la sua teoria sull' effetto fotoelettrico che gli porterà il premio Nobel. Un punto di arrivo e poi di partenza è del 1963 quando un’azienda giapponese produce i primi moduli fotovoltaici commerciali. L’ecologia, in definitiva, è il messaggio che arriva associato allo sfruttamento dell’energia solare. Il motto di «Bieffe Clima» è chiaro in proposito: «Grazie all'energia che risparmierai si potrà respirare meglio e combattere le conseguenze globali dell'effetto serra». (Da La Stampa)
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lunedì 23 marzo 2009
La recessione? Si combatte puntando sul verde
S ole, vento, maree, biomasse, calore della Terra. Con il progresso scientifico e le economie di scala, le fonti rinnovabili sono sempre più efficienti e meno costose. E la corsa alla «green economy» non si arresta nemmeno davanti alla recessione globale. Anzi. I governi di Europa, Usa, Cina, Giappone puntano su questa industria nascente per farne una delle carte cruciali nei loro pacchetti di stimolo antirecessivi. In prima fila troviamo la nuova presidenza Obama. L'obiettivo, per tutti, è di sostenere un nuovo ciclo innovativo e di posti di lavoro, per il 2009 e il 2010, tale da alimentarsi da sé anche negli anni successivi, quando alcune tecnologie chiave avranno raggiunto il punto di pareggio con il costo delle fonti fossili, anche se queste ultime, secondo un diffuso consenso tra gli esperti, ritorneranno a salire nei prezzi ai primi segnali di ripresa dell’economia mondiale. Le prospettive L'Italia è particolarmente favorita nel cammino planetario verso l'economia a bassa intensità di carbonio: tecnologie come il fotovoltaico, il geotermico, le biomasse, l'idroelettrico e il solare termico ben si sposano con il clima italiano e uno studio di Ernst&Young ci pone tra i Paesi europei con un potenziale naturale per le rinnovabili superiore all'obiettivo da raggiungere con il Pacchetto 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas effetto serra, aumentare del 20% il risparmio energetico e portare al 20% il consumo da fonti rinnovabili). Non a caso, nel 2008 il fotovoltaico è cresciuto del 170% e l'eolico del 35%. (Dal Corriere Economia)
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venerdì 13 febbraio 2009
Oggi si spenga la lampadina che non è strettamente necessaria:
Spegnere una lampadina che non è strettamente necessaria: un’azione che costa poco in termini di cambiamento delle abitudini ma significa molto per l’ambiente. E’ il senso dell’iniziativa «M’illumino di meno», promossa dalla trasmissione di Radio 2 «Caterpillar» per ricordare che il consumo di energia produce biossido di carbonio e contribuisce all’effetto serra. Comune di Torino, Provincia e Regione spegneranno tra le 18 e le 19,30 la luce della Mole Antonelliana, di Superga e le luci delle facciate dei palazzi di piazza Castello. Apertura straordinaria con ingresso gratuito dalle 18 alle 20,30 per il Museo A Come Ambiente. Le sale si visiteranno al buio sviluppando e stimolando sensi come l’udito e il tatto che difficilmente si usano per visitare un museo. Apertura straordinaria anche per il container «L’energia sotto il naso», palcoscenico itinerante e interattivo sul risparmio energetico. A Villarbasse dalle 18 alle 19 sarà spenta l’illuminazione pubblica del centro storico e dei monumenti mentre nella piazza del Municipio a partire dalle 18,30 saranno distribuite lampadine a basso consumo energetico. (Da La Stampa)
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mercoledì 21 gennaio 2009
Effetto serra, vincerà l'ecologia
Bisogna uscire dalla recessione puntando sulle energie rinnovabili. Perché la schiavitù dal petrolio produce danni costosissimi. Parola di economista. colloquio con nicholas stern dell'Espresso
Due anni fa, fece tremare il mondo calcolando che i danni dei cambiamenti climatici sarebbero costati fino a un quinto del Pil mondiale, e che tagliare le emissioni dei gas responsabili dell'effetto serra, anidride carbonica innanzitutto, costerà a sua volta l'1 per cento del Pil mondiale. Una montagna di soldi, ma non basteranno: sir Nicholas Stern lo scorso giugno ha dichiarato di essere stato troppo ottimista. Data la velocità con cui sta cambiando il clima, frenare l'effetto serra costerà al mondo non l'1, ma il 2 per cento del suo prodotto interno lordo. Ex vicepresidente della Banca mondiale ed ex capo del servizio economico del ministero britannico, baronetto e professore alla London School of Economics, Lord Stern of Brentford è uno degli economisti più famosi al mondo. E dal 2006 è anche quello più amato dagli ambientalisti, grazie alla pubblicazione di un rapporto, commissionato dal governo britannico, sui costi e i rischi del global warming. Oggi, sir Nicholas è pronto a stupire di nuovo, perché, secondo lui, l'attuale recessione mondiale non è l'inizio della fine, ma una chance di realizzare finalmente l'utopia di uno sviluppo sostenibile. Professore, la crisi economica è un'occasione per combattere i cambiamenti climatici?"Dalla crisi dovremmo trarre una lezione importante, cioè quella di guardare avanti e metterci nelle condizioni di calcolare in anticipo i rischi legati alle nostre azioni. Dalla recessione dovremo uscire e per farlo dovremo porre le basi per una crescita duratura. Abbiamo visto gli effetti di una crescita guidata dalla bolla edilizia. E prima di quella, di una guidata dal boom delle azioni di siti Internet che erano ipervalutati prima ancora di essere on line. Per evitare un'altra bolla, serve una fonte di crescita che duri qualche decennio".Le tecnologie pulite?"Abbiamo di fronte un cambiamento tecnologico di dimensioni paragonabili all'introduzione delle ferrovie, dell'elettricità, dell'automobile, delle tecnologie dell'informazione. Una rivoluzione energetica e industriale di importanza storica. E quelli che vi entrano per primi, che per primi ne vedono le opportunità, se la caveranno meglio".Lei calcola il costo dei cambiamenti del clima tenendo fede alle previsioni fatte dai modelli climatici: ci dobbiamo fidare?"Sono modelli complessi, ma il principio sottostante è semplice. Noi immettiamo nell'atmosfera ogni anno una quantità di anidride carbonica pari a circa sei volte la quantità di questo gas che essa già contiene. Di questo passo, all'inizio del prossimo secolo la temperatura media mondiale sarà, con tutta probabilità, più alta di cinque gradi centigradi di quella attuale. Un aumento enorme, che renderebbe l'Italia simile al Sahara, e in Africa costringerebbe milioni di persone a migrare".E che rapporto c'è tra queste previsioni climatiche e i loro costi economici?"Non agire comporta rischi enormi. Ad esempio: i vostri nipoti vedranno con tutta probabilità l'Italia devastata. Non lo sappiamo per certo, ma c'è una probabilità di almeno il 50 per cento che questo accada. Un rischio che nessun paese razionale accetterebbe di correre. È molto difficile calcolare queste cose dal punto di vista economico, ma in ballo ci sono cambiamenti sulla scala di guerre mondiali, o peggio. Un costo che, facendo una media nel tempo e attorno al mondo, si aggirerà sul 10-15 per cento del Pil".I suoi modelli hanno ricevuto critiche perché si basano si bassissimi tassi di sconto: uno dei nodi principali nel dibattito sui cambiamenti climatici è il valore da attribuire al danaro futuro. In una tipica analisi sui costi e i benefici di un investimento, gli economisti abbassano il valore delle spese e dei guadagni previsti nel tempo. Usando i tassi normalmente usati dagli economisti, i danni causati dai cambiamenti climatici apparirebbero più contenuti di quelli da lei previsti, e tagliare i gas serra meno conveniente. "In realtà, adottando giudizi di valore differenti le nostre stime cambiano poco. C'è solo un modo per annullare il peso di tutti questi effetti, ed è usare un tasso di sconto puro molto alto. È sempre possibile sminuire i problemi futuri usando un tasso di sconto abbastanza alto. E in tal modo, ci si può dimenticare dei cambiamenti climatici. Ma questa non è teoria economica. È semplicemente dire 'a me non interessa cosa accade in futuro, perché è nel futuro'. Quale persona considererebbe questo un atteggiamento etico?".Quindi spendendo qualcosa in più adesso, usciremmo dalla recessione con le tecnologie pulite, cogliendone grandi benefici..."Porremmo le fondamenta di una crescita reale, anziché di un momentaneo boom dei guadagni. C'è una differenza fra le due cose. In questo caso, però, potremmo ottenerle entrambe. E dovremmo".E i combustibili fossili? "Continuare a usarli alimenterebbe una bolla sul prezzo del greggio, che finirebbe per esploderci addosso, come si è iniziato a vedere a metà di questo anno. La International Energy Agency prevede che, nei prossimi cinque anni, passata la recessione, il barile salirà di nuovo a cento dollari. L'economia sarebbe strozzata da questo aumento, e ancor più dal fatto che l'uso di combustibili fossili per i prossimi cinquanta o cento anni creerebbe un ambiente avverso alla crescita. La high-carbon economy non è una opzione valida nel medio e lungo termine. Industrie in tutto il mondo stanno aprendo gli occhi, e persone lungimiranti stanno investendo sulle alternative. I governi potrebbero quindi rinvigorire la loro economia investendo, ad esempio, sull'efficienza energetica e sulle infrastrutture. Proprio adesso che Usa e Cina stanno cambiando atteggiamento sul problema, un'Europa indecisa avrebbe effetti devastanti".Ma gli interventi che lei propone peseranno suoi bilanci delle famiglie?"Ci sarà un aumento di spesa nel breve periodo, che costerà circa mezzo punto o forse un punto del Pil nei prossimi dieci anni, ma ne verranno benefici. Invece, saranno le persone povere a pagare il prezzo più alto se i cambiamenti climatici saranno ignorati. E sarebbe comunque possibile organizzare le cose in modo che i meno abbienti siano compensati per le bollette più care. Non è difficile, e qualsiasi sistema finanziario serio potrebbe farlo. In conclusione, recessione mondiale e nuova amministrazione Usa la rendono ottimista?"La crisi economica attuale è molto seria. Ed è fondamentale che l'Europa si muova assieme a Usa e Cina per espandere la domanda. Al contempo, però, dovremmo cogliere questa opportunità per alimentare una crescita low-carbon. Si dovranno immettere in fretta nuovi soldi nelle tasche della gente. Ma in parte lo si potrebbe fare investendo in infrastrutture e in efficienza energetica. Ci sono grandi opportunità in questo settore. E in un momento come questo, in cui l'economia rallenta, le risorse costano meno e possiamo avanzare con più forza in questa direzione".
Due anni fa, fece tremare il mondo calcolando che i danni dei cambiamenti climatici sarebbero costati fino a un quinto del Pil mondiale, e che tagliare le emissioni dei gas responsabili dell'effetto serra, anidride carbonica innanzitutto, costerà a sua volta l'1 per cento del Pil mondiale. Una montagna di soldi, ma non basteranno: sir Nicholas Stern lo scorso giugno ha dichiarato di essere stato troppo ottimista. Data la velocità con cui sta cambiando il clima, frenare l'effetto serra costerà al mondo non l'1, ma il 2 per cento del suo prodotto interno lordo. Ex vicepresidente della Banca mondiale ed ex capo del servizio economico del ministero britannico, baronetto e professore alla London School of Economics, Lord Stern of Brentford è uno degli economisti più famosi al mondo. E dal 2006 è anche quello più amato dagli ambientalisti, grazie alla pubblicazione di un rapporto, commissionato dal governo britannico, sui costi e i rischi del global warming. Oggi, sir Nicholas è pronto a stupire di nuovo, perché, secondo lui, l'attuale recessione mondiale non è l'inizio della fine, ma una chance di realizzare finalmente l'utopia di uno sviluppo sostenibile. Professore, la crisi economica è un'occasione per combattere i cambiamenti climatici?"Dalla crisi dovremmo trarre una lezione importante, cioè quella di guardare avanti e metterci nelle condizioni di calcolare in anticipo i rischi legati alle nostre azioni. Dalla recessione dovremo uscire e per farlo dovremo porre le basi per una crescita duratura. Abbiamo visto gli effetti di una crescita guidata dalla bolla edilizia. E prima di quella, di una guidata dal boom delle azioni di siti Internet che erano ipervalutati prima ancora di essere on line. Per evitare un'altra bolla, serve una fonte di crescita che duri qualche decennio".Le tecnologie pulite?"Abbiamo di fronte un cambiamento tecnologico di dimensioni paragonabili all'introduzione delle ferrovie, dell'elettricità, dell'automobile, delle tecnologie dell'informazione. Una rivoluzione energetica e industriale di importanza storica. E quelli che vi entrano per primi, che per primi ne vedono le opportunità, se la caveranno meglio".Lei calcola il costo dei cambiamenti del clima tenendo fede alle previsioni fatte dai modelli climatici: ci dobbiamo fidare?"Sono modelli complessi, ma il principio sottostante è semplice. Noi immettiamo nell'atmosfera ogni anno una quantità di anidride carbonica pari a circa sei volte la quantità di questo gas che essa già contiene. Di questo passo, all'inizio del prossimo secolo la temperatura media mondiale sarà, con tutta probabilità, più alta di cinque gradi centigradi di quella attuale. Un aumento enorme, che renderebbe l'Italia simile al Sahara, e in Africa costringerebbe milioni di persone a migrare".E che rapporto c'è tra queste previsioni climatiche e i loro costi economici?"Non agire comporta rischi enormi. Ad esempio: i vostri nipoti vedranno con tutta probabilità l'Italia devastata. Non lo sappiamo per certo, ma c'è una probabilità di almeno il 50 per cento che questo accada. Un rischio che nessun paese razionale accetterebbe di correre. È molto difficile calcolare queste cose dal punto di vista economico, ma in ballo ci sono cambiamenti sulla scala di guerre mondiali, o peggio. Un costo che, facendo una media nel tempo e attorno al mondo, si aggirerà sul 10-15 per cento del Pil".I suoi modelli hanno ricevuto critiche perché si basano si bassissimi tassi di sconto: uno dei nodi principali nel dibattito sui cambiamenti climatici è il valore da attribuire al danaro futuro. In una tipica analisi sui costi e i benefici di un investimento, gli economisti abbassano il valore delle spese e dei guadagni previsti nel tempo. Usando i tassi normalmente usati dagli economisti, i danni causati dai cambiamenti climatici apparirebbero più contenuti di quelli da lei previsti, e tagliare i gas serra meno conveniente. "In realtà, adottando giudizi di valore differenti le nostre stime cambiano poco. C'è solo un modo per annullare il peso di tutti questi effetti, ed è usare un tasso di sconto puro molto alto. È sempre possibile sminuire i problemi futuri usando un tasso di sconto abbastanza alto. E in tal modo, ci si può dimenticare dei cambiamenti climatici. Ma questa non è teoria economica. È semplicemente dire 'a me non interessa cosa accade in futuro, perché è nel futuro'. Quale persona considererebbe questo un atteggiamento etico?".Quindi spendendo qualcosa in più adesso, usciremmo dalla recessione con le tecnologie pulite, cogliendone grandi benefici..."Porremmo le fondamenta di una crescita reale, anziché di un momentaneo boom dei guadagni. C'è una differenza fra le due cose. In questo caso, però, potremmo ottenerle entrambe. E dovremmo".E i combustibili fossili? "Continuare a usarli alimenterebbe una bolla sul prezzo del greggio, che finirebbe per esploderci addosso, come si è iniziato a vedere a metà di questo anno. La International Energy Agency prevede che, nei prossimi cinque anni, passata la recessione, il barile salirà di nuovo a cento dollari. L'economia sarebbe strozzata da questo aumento, e ancor più dal fatto che l'uso di combustibili fossili per i prossimi cinquanta o cento anni creerebbe un ambiente avverso alla crescita. La high-carbon economy non è una opzione valida nel medio e lungo termine. Industrie in tutto il mondo stanno aprendo gli occhi, e persone lungimiranti stanno investendo sulle alternative. I governi potrebbero quindi rinvigorire la loro economia investendo, ad esempio, sull'efficienza energetica e sulle infrastrutture. Proprio adesso che Usa e Cina stanno cambiando atteggiamento sul problema, un'Europa indecisa avrebbe effetti devastanti".Ma gli interventi che lei propone peseranno suoi bilanci delle famiglie?"Ci sarà un aumento di spesa nel breve periodo, che costerà circa mezzo punto o forse un punto del Pil nei prossimi dieci anni, ma ne verranno benefici. Invece, saranno le persone povere a pagare il prezzo più alto se i cambiamenti climatici saranno ignorati. E sarebbe comunque possibile organizzare le cose in modo che i meno abbienti siano compensati per le bollette più care. Non è difficile, e qualsiasi sistema finanziario serio potrebbe farlo. In conclusione, recessione mondiale e nuova amministrazione Usa la rendono ottimista?"La crisi economica attuale è molto seria. Ed è fondamentale che l'Europa si muova assieme a Usa e Cina per espandere la domanda. Al contempo, però, dovremmo cogliere questa opportunità per alimentare una crescita low-carbon. Si dovranno immettere in fretta nuovi soldi nelle tasche della gente. Ma in parte lo si potrebbe fare investendo in infrastrutture e in efficienza energetica. Ci sono grandi opportunità in questo settore. E in un momento come questo, in cui l'economia rallenta, le risorse costano meno e possiamo avanzare con più forza in questa direzione".
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lunedì 12 gennaio 2009
Ecco le ultime eco-vittime: tv al plasma e Google
Dagli all'untore: le nuove norme Ue volute dalla lobby verde mettono al bando gli schermi piatti, dice il Giornale. E uno studio giura: anche internet inquina
Milano - Adesso ce l’hanno con Google. Hanno i loro siti, i blog, le community, le newsletter, le mail. E vogliono spegnere tutto, i motori di ricerca, se non internet direttamente, se stessi, che alla fine non sarebbe nemmeno una cattiva idea. I pasdaran dell’ecologicamente corretto si sono messi lì da bravi e hanno fatto quattro calcoli nuovi: ogni ricerca compiuta con Google produce sette grammi di Co2 contribuendo così ad aumentare pure lui il riscaldamento della temperatura del pianeta. Cioè con una sola ricerca su internet ti puoi scaldare un paio di tazze di tè, visto che consumi praticamente la stessa quantità di anidride carbonica. «Google gestisce enormi centri dati in tutto il mondo che consumano un’enorme quantità di energia ed ha perciò un nefasto impatto ambientale» ha sentenziato triste e negativo il professor Alex Wissner-Gross, fisico ricercatore dell’università di Harvard, citato dal britannico Times.
La navigazione su una semplice pagina, soprattutto su quelle dei siti ambientalisti di ogni ordine e grado, insiste il prof, produce circa 0,02 g di Co2 per secondo, che cresce, ovvio, se accompagnate da foto, filmati o animazioni. Sentenza che fa il paio con un altro studio americano che ha dimostrato come il settore dell’information technology, computer, telefonini, calcolatori e dintorni, è responsabile per il 2 per cento delle emissioni di Co2 in tutto il mondo, cioè praticamente la stessa percentuale prodotta dall’aviazione civile tutta. Per comunicazione e voli low cost meglio puntare sul piccione viaggiatore, due solo con una fava.
Ma ce n’è un’altra. Anche il televisore al plasma a schermo piatto è formalmente alla sbarra, accusato di crimini contro l’umanità, sentenza firmata dall’Unione europea in persona. L’Independent giusto ieri si è premurato di ricordare che le nuove direttive ultra restrittive dell’Unione europea in materia di protezione dell’ambiente e risparmio energetico, che Londra dovrà rispettare a partire dal 2015, potrebbero avere immediate, clamorose ed economicamente pesanti conseguenze un po’ dappertutto.
La direttiva punta infatti a ridurre drasticamente i consumi domestici mettendo fuori legge molti elettrodomestici, se non tutti. E vittime designate sono i pur molto desiderati supertelevisori al plasma, che l’Independent definisce i «Suv del salotto» che consumano quattro volte di più delle tv tradizionali. Anche noi del resto avevamo il sospetto che spegnere le trasmissioni della De Filippi o di Cucuzza sarebbe servito a combattere una volta per tutte l’effetto serra.
Il problema è che negli ultimi 30 anni il numero di apparecchi tv e gadget annessi e connessi in Inghilterra è quasi triplicato, più di 60 milioni di esemplari, senza contare ferri da stiro, lavastoviglie, videogiochi e compagnia suonante. Ma gli ultrà verdi sono fatti così: a Berlino forano le gomme delle auto, a Parigi spengono le luci dei negozi, a New York vietano l’acqua in bottiglia. E quando a Chernobyl scoprirono che la vita selvatica era tornata prepotente a vivere nei trenta chilometri attorno al reattore esploso, se ne uscirono con un «dovremmo buttare scorie radioattive anche in Amazzonia contro gli sfruttatori».
Niente luci, niente riscaldamento, tranne il bue e l’asinello, niente spostamenti, se non in bici o a piedi, niente frigoriferi, niente tv e giornali di carta, vasche da bagno, aria condizionata. Hanno come progetto politico la ricostituzione delle Repubbliche marinare ma se provi a dirgli qualcosa fanno i permalosi. Perché alla fine è l’uomo la vera peste del pianeta. Ma che volete fare: anche morire inquina...
Milano - Adesso ce l’hanno con Google. Hanno i loro siti, i blog, le community, le newsletter, le mail. E vogliono spegnere tutto, i motori di ricerca, se non internet direttamente, se stessi, che alla fine non sarebbe nemmeno una cattiva idea. I pasdaran dell’ecologicamente corretto si sono messi lì da bravi e hanno fatto quattro calcoli nuovi: ogni ricerca compiuta con Google produce sette grammi di Co2 contribuendo così ad aumentare pure lui il riscaldamento della temperatura del pianeta. Cioè con una sola ricerca su internet ti puoi scaldare un paio di tazze di tè, visto che consumi praticamente la stessa quantità di anidride carbonica. «Google gestisce enormi centri dati in tutto il mondo che consumano un’enorme quantità di energia ed ha perciò un nefasto impatto ambientale» ha sentenziato triste e negativo il professor Alex Wissner-Gross, fisico ricercatore dell’università di Harvard, citato dal britannico Times.
La navigazione su una semplice pagina, soprattutto su quelle dei siti ambientalisti di ogni ordine e grado, insiste il prof, produce circa 0,02 g di Co2 per secondo, che cresce, ovvio, se accompagnate da foto, filmati o animazioni. Sentenza che fa il paio con un altro studio americano che ha dimostrato come il settore dell’information technology, computer, telefonini, calcolatori e dintorni, è responsabile per il 2 per cento delle emissioni di Co2 in tutto il mondo, cioè praticamente la stessa percentuale prodotta dall’aviazione civile tutta. Per comunicazione e voli low cost meglio puntare sul piccione viaggiatore, due solo con una fava.
Ma ce n’è un’altra. Anche il televisore al plasma a schermo piatto è formalmente alla sbarra, accusato di crimini contro l’umanità, sentenza firmata dall’Unione europea in persona. L’Independent giusto ieri si è premurato di ricordare che le nuove direttive ultra restrittive dell’Unione europea in materia di protezione dell’ambiente e risparmio energetico, che Londra dovrà rispettare a partire dal 2015, potrebbero avere immediate, clamorose ed economicamente pesanti conseguenze un po’ dappertutto.
La direttiva punta infatti a ridurre drasticamente i consumi domestici mettendo fuori legge molti elettrodomestici, se non tutti. E vittime designate sono i pur molto desiderati supertelevisori al plasma, che l’Independent definisce i «Suv del salotto» che consumano quattro volte di più delle tv tradizionali. Anche noi del resto avevamo il sospetto che spegnere le trasmissioni della De Filippi o di Cucuzza sarebbe servito a combattere una volta per tutte l’effetto serra.
Il problema è che negli ultimi 30 anni il numero di apparecchi tv e gadget annessi e connessi in Inghilterra è quasi triplicato, più di 60 milioni di esemplari, senza contare ferri da stiro, lavastoviglie, videogiochi e compagnia suonante. Ma gli ultrà verdi sono fatti così: a Berlino forano le gomme delle auto, a Parigi spengono le luci dei negozi, a New York vietano l’acqua in bottiglia. E quando a Chernobyl scoprirono che la vita selvatica era tornata prepotente a vivere nei trenta chilometri attorno al reattore esploso, se ne uscirono con un «dovremmo buttare scorie radioattive anche in Amazzonia contro gli sfruttatori».
Niente luci, niente riscaldamento, tranne il bue e l’asinello, niente spostamenti, se non in bici o a piedi, niente frigoriferi, niente tv e giornali di carta, vasche da bagno, aria condizionata. Hanno come progetto politico la ricostituzione delle Repubbliche marinare ma se provi a dirgli qualcosa fanno i permalosi. Perché alla fine è l’uomo la vera peste del pianeta. Ma che volete fare: anche morire inquina...
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venerdì 19 dicembre 2008
Fredric Hauge, il vickingo dell'ambiente
«Dovremo tagliare i gas-serra dell'85% Le alghe e una tecnologia ci salveranno», spiega in questa intervista al Sole 24 Ore
Se un combattente si vede dal fisico, Frederic Hauge è un combattente perfetto. Norvegese, 43enne, è così alto e imponente con, con quei riccioli biondi e le mani grandi, gli basterebbe una barba per sembrare un antenato vikingo. Ma un vero combattente, più che dal physique du role, si vede dalle vittorie. E Hauge, presidente della Bellona Foundation, già nominato "eroe dell'ambiente" da Time, di vittorie ne ha parecchie nel suo carnet. A cominciare da quella della sua Fiat Panda elettrica.«Nel 1989 –racconta Hauge di-vertito, durante una pausa del vertice climatico dell'Onu a Poznan, in Polonia – comprammo una Panda, convertita in auto elettrica. A Oslo, fui multato più volte, perché entravo con l'auto nel centro storico. Ne è venuta fuori una causa-simbolo, con la bellezza di 17 udienze. Ma la corte ci ha dato ragione e oggi le auto elettriche hanno libero accesso in città».Ovviamente c'è molto di più, nella storia di Bellona, nata nel 1986 su iniziativa di Hauge e di Rune Haaland. «Originalmente, il nostro compito era vigilare sul comportamento della Norvegia, un Paese drogato dalle proprie riserve petrolifere», oggi pienamente convertito alla causa ambientale – il Governo ha un piano per arrivare ad essere carbon neutral, a zero emissioni di carbonio, entro il 2050 –ma non così sensibile a quei tempi. «Quando parlai per la prima volta del carbon capture and storage, o Ccs – prosegue Hauge – ovvero della possibilità di catturare le emissioni di anidride carbonica e di pomparle nel sottosuolo per evitare che contribuissero all'effetto-serra, tutti mi risero dietro». Oggi, la tecnologia Ccs, in via di sperimentazione in Germania e in Australia, è già applicata da tempo a un pozzo offshore della norvegese StatoilHydro. E è certamente la soluzione più incensata e discussa fra i corridoi multietnici del vertice di Poznan.Frederic Hauge è venuto fino in Polonia per combattere la madre di tutte le battaglie ambientali: quella contro i gas con effetto-serra che stanno riscaldando il mondo. Non che abbia abbandonato gli altri fronti: Bellona ha ancora due uffici in Russia e continua a controllare i movimenti dei materiali radioattivi, anche dopo l'estenuante battaglia legale per salvare un suo collaboratore, Alexander Nikitin, finito in carcere per aver divulgato segreti di Stato. O meglio: per aver scritto un report sui problemi di sicurezza dei sottomarini nucleari della marina russa. Oggi però, c'è un pericolo più grande perché globale: il riscaldamento del pianeta.«Che il climate change sia una realtà è ormai fuori discussione», spiega il capitano Hauge. «Ora è il momento di agire. Per prevenire epiloghi catastrofici, il mondo industrializzato non dovrà dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2050, ma molto di più: fra l'80 e l'85%». Visto da Poznan, dove 192 Paesi del mondo hanno parlato per due settimane senza intese significative, se non la promessa di un nuovo trattato internazionale entro il 2009, sembra una missione impossibile. «E invece ci sono già le tecnologie e le esperienze industriali per farlo. Basta avere il necessario coraggio politico. Lo "Scenario Bellona" lo dimostra».Hauge parla del rapportoche ha presentato qui, poche paginette ma con un'ambiziosa visione di lungo termine: un futuro carbon negative. Ovvero un nuovo sistema energetico dove l'umanità, che negli ultimi due secoli ha aggiunto anidride carbonica e altri gas-serra all'atmosfera, a un certo punto, senza rinunciare al trasporto, al riscaldamento o a nient'altro, sottrae la CO2 dall'atmosfera. Algebricamente, l'impatto diventa negativo.Sarà che Hauge è abbonato a proporre idee molto avanzate che poi si realizzano, come quella del Css. Fatto sta, che è sicuro del fatto suo. Lo "Scenario Bellona" prevede che, sottraendo le emissioni a forza di energia rinnovabile, di efficienza energetica, di programmi per la riforestazione, cambiando un po' le abitudini e usando sistemi di Css per nascondere sotto il tappeto le emissioni delle ultime centrali termoelettriche, si può arrivare lontano. Ah già,in realtà c'è bisogno anche di un po' di energia carbon negative. Scusi, ma cos'è?«Basta coltivare delle biomasse adatte che, per crescere, assorbono CO2 dall'atmosfera. Dopodiché, queste vengono convertite in energia, in impianti moderni equipaggiati con sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio, o Ccs. Il risultato è che quell'energia è a impatto negativo di carbonio ». La tecnologia per fare tutto questo, assicura Hauge, c'ègià.E abbiamo già gli indizi sulla biomassa giusta: un'alga. «Dimentichiamoci di usare i terreni coltivabili per produrre energia», dice in polemica con il bioetanolo americano. «Certi tipi di alghe sono una soluzione perfetta. Lo dimostra Bill Gates, che ha investito una fortuna nella Sapphire, un'azienda che sta sviluppando un'alga capace di produrre biocarburante».Crede che tutto questo succederà davvero? «Sì – risponde il fondatore di Bellona senza esitazioni – perché se non vogliamo che la Groenlandia si sciolga (e che il lievllo dei mari si alzi di sette metri) scopriremo di dover essere molto più ambiziosi del previsto. Sono convinto che accadrà ».Alla fine però, resta un grande, amletico dubbio. Ma che vuol dire Bellona? «Quando cercavo il nome della fondazione, ho preso il vocabolario. Alla lettera "B" ero già stufo. E ho scelto Bellona, la dea romana ». Ma chi? La moglie di Marte, dea della guerra?Hauge scoppia in una grassa risata, e pare proprio la risata di un vikingo. «Sì. Ma era una che non combatteva per combattere. Sceglieva solo le guerre giuste». Fosse qui con noi oggi, farebbe anche lei la guerra ai gas-serra .
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente? Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
Se un combattente si vede dal fisico, Frederic Hauge è un combattente perfetto. Norvegese, 43enne, è così alto e imponente con, con quei riccioli biondi e le mani grandi, gli basterebbe una barba per sembrare un antenato vikingo. Ma un vero combattente, più che dal physique du role, si vede dalle vittorie. E Hauge, presidente della Bellona Foundation, già nominato "eroe dell'ambiente" da Time, di vittorie ne ha parecchie nel suo carnet. A cominciare da quella della sua Fiat Panda elettrica.«Nel 1989 –racconta Hauge di-vertito, durante una pausa del vertice climatico dell'Onu a Poznan, in Polonia – comprammo una Panda, convertita in auto elettrica. A Oslo, fui multato più volte, perché entravo con l'auto nel centro storico. Ne è venuta fuori una causa-simbolo, con la bellezza di 17 udienze. Ma la corte ci ha dato ragione e oggi le auto elettriche hanno libero accesso in città».Ovviamente c'è molto di più, nella storia di Bellona, nata nel 1986 su iniziativa di Hauge e di Rune Haaland. «Originalmente, il nostro compito era vigilare sul comportamento della Norvegia, un Paese drogato dalle proprie riserve petrolifere», oggi pienamente convertito alla causa ambientale – il Governo ha un piano per arrivare ad essere carbon neutral, a zero emissioni di carbonio, entro il 2050 –ma non così sensibile a quei tempi. «Quando parlai per la prima volta del carbon capture and storage, o Ccs – prosegue Hauge – ovvero della possibilità di catturare le emissioni di anidride carbonica e di pomparle nel sottosuolo per evitare che contribuissero all'effetto-serra, tutti mi risero dietro». Oggi, la tecnologia Ccs, in via di sperimentazione in Germania e in Australia, è già applicata da tempo a un pozzo offshore della norvegese StatoilHydro. E è certamente la soluzione più incensata e discussa fra i corridoi multietnici del vertice di Poznan.Frederic Hauge è venuto fino in Polonia per combattere la madre di tutte le battaglie ambientali: quella contro i gas con effetto-serra che stanno riscaldando il mondo. Non che abbia abbandonato gli altri fronti: Bellona ha ancora due uffici in Russia e continua a controllare i movimenti dei materiali radioattivi, anche dopo l'estenuante battaglia legale per salvare un suo collaboratore, Alexander Nikitin, finito in carcere per aver divulgato segreti di Stato. O meglio: per aver scritto un report sui problemi di sicurezza dei sottomarini nucleari della marina russa. Oggi però, c'è un pericolo più grande perché globale: il riscaldamento del pianeta.«Che il climate change sia una realtà è ormai fuori discussione», spiega il capitano Hauge. «Ora è il momento di agire. Per prevenire epiloghi catastrofici, il mondo industrializzato non dovrà dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2050, ma molto di più: fra l'80 e l'85%». Visto da Poznan, dove 192 Paesi del mondo hanno parlato per due settimane senza intese significative, se non la promessa di un nuovo trattato internazionale entro il 2009, sembra una missione impossibile. «E invece ci sono già le tecnologie e le esperienze industriali per farlo. Basta avere il necessario coraggio politico. Lo "Scenario Bellona" lo dimostra».Hauge parla del rapportoche ha presentato qui, poche paginette ma con un'ambiziosa visione di lungo termine: un futuro carbon negative. Ovvero un nuovo sistema energetico dove l'umanità, che negli ultimi due secoli ha aggiunto anidride carbonica e altri gas-serra all'atmosfera, a un certo punto, senza rinunciare al trasporto, al riscaldamento o a nient'altro, sottrae la CO2 dall'atmosfera. Algebricamente, l'impatto diventa negativo.Sarà che Hauge è abbonato a proporre idee molto avanzate che poi si realizzano, come quella del Css. Fatto sta, che è sicuro del fatto suo. Lo "Scenario Bellona" prevede che, sottraendo le emissioni a forza di energia rinnovabile, di efficienza energetica, di programmi per la riforestazione, cambiando un po' le abitudini e usando sistemi di Css per nascondere sotto il tappeto le emissioni delle ultime centrali termoelettriche, si può arrivare lontano. Ah già,in realtà c'è bisogno anche di un po' di energia carbon negative. Scusi, ma cos'è?«Basta coltivare delle biomasse adatte che, per crescere, assorbono CO2 dall'atmosfera. Dopodiché, queste vengono convertite in energia, in impianti moderni equipaggiati con sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio, o Ccs. Il risultato è che quell'energia è a impatto negativo di carbonio ». La tecnologia per fare tutto questo, assicura Hauge, c'ègià.E abbiamo già gli indizi sulla biomassa giusta: un'alga. «Dimentichiamoci di usare i terreni coltivabili per produrre energia», dice in polemica con il bioetanolo americano. «Certi tipi di alghe sono una soluzione perfetta. Lo dimostra Bill Gates, che ha investito una fortuna nella Sapphire, un'azienda che sta sviluppando un'alga capace di produrre biocarburante».Crede che tutto questo succederà davvero? «Sì – risponde il fondatore di Bellona senza esitazioni – perché se non vogliamo che la Groenlandia si sciolga (e che il lievllo dei mari si alzi di sette metri) scopriremo di dover essere molto più ambiziosi del previsto. Sono convinto che accadrà ».Alla fine però, resta un grande, amletico dubbio. Ma che vuol dire Bellona? «Quando cercavo il nome della fondazione, ho preso il vocabolario. Alla lettera "B" ero già stufo. E ho scelto Bellona, la dea romana ». Ma chi? La moglie di Marte, dea della guerra?Hauge scoppia in una grassa risata, e pare proprio la risata di un vikingo. «Sì. Ma era una che non combatteva per combattere. Sceglieva solo le guerre giuste». Fosse qui con noi oggi, farebbe anche lei la guerra ai gas-serra .
Che cosa fanno i grandi gruppi petroliferi per l’ambiente? Questo è quello che l’Eni, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno.
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giovedì 18 dicembre 2008
Clima, sì al pacchetto 20-20-20
Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva i sei provvedimenti per ridurre i gas serra, spiega Italia Oggi
Auto, impianti, energia: -20% di emissioni entro il 2020. Via libera al «Pacchetto clima-energia», i sei provvedimenti Ue che puntano a far raggiungere entro il 2020, l'obiettivo della riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra, l'aumento del 20% del risparmio energetico e il 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili (da qui la definizione di «Pacchetto 20-20-20»). Il sì definitivo dell'assemblea di Strasburgo è arrivato ieri a larghissima maggioranza. Ora manca il placet formale del Consiglio e la pubblicazione in Guue. «L'Italia raccoglie il testimone di questo impegno», ha dichiarato ieri il ministro dell'ambiente, Stefania Prestigiacomo, «apprestandosi alla guida di un G8 che, confidiamo, avrà un ruolo decisivo nella costruzione di un'intesa globale che coinvolga anche Usa, Cina, India e altri paesi che emettono una gran quantità di gas serra». «La strada è quella giusta ma si poteva fare di più», è stato il commento in una nota di Legambiente, «l'accordo raggiunto fa ben sperare per la riuscita di un impegno globale a Copenaghen, ma gli obiettivi sono ancora lontani e bisogna andare oltre le buone intenzioni. A cominciare dall'Italia».
Auto, impianti, energia: -20% di emissioni entro il 2020. Via libera al «Pacchetto clima-energia», i sei provvedimenti Ue che puntano a far raggiungere entro il 2020, l'obiettivo della riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra, l'aumento del 20% del risparmio energetico e il 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili (da qui la definizione di «Pacchetto 20-20-20»). Il sì definitivo dell'assemblea di Strasburgo è arrivato ieri a larghissima maggioranza. Ora manca il placet formale del Consiglio e la pubblicazione in Guue. «L'Italia raccoglie il testimone di questo impegno», ha dichiarato ieri il ministro dell'ambiente, Stefania Prestigiacomo, «apprestandosi alla guida di un G8 che, confidiamo, avrà un ruolo decisivo nella costruzione di un'intesa globale che coinvolga anche Usa, Cina, India e altri paesi che emettono una gran quantità di gas serra». «La strada è quella giusta ma si poteva fare di più», è stato il commento in una nota di Legambiente, «l'accordo raggiunto fa ben sperare per la riuscita di un impegno globale a Copenaghen, ma gli obiettivi sono ancora lontani e bisogna andare oltre le buone intenzioni. A cominciare dall'Italia».
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lunedì 15 dicembre 2008
L’ecodieta di Enel fa bene all’ambiente (e alle tasche)
L’obiettivo dell’ultima iniziativa dell'Enel di Fulvio Conti nell’ambito del Progetto Ambiente e Innovazione, che dedica importanti risorse allo sviluppo di iniziative innovative per la salvaguardia dell’ambiente e delle energie rinnovabili, è sensibilizzare cittadini e consumatori sulla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, ovvero del gas ritenuto il principale responsabile dell’effetto serra e, quindi, dei cambiamenti climatici. www.ecodieta.it è il sito realizzato dall’Enel in collaborazione con AzzeroCo2 per suggerire come ridurre le emissioni di anidride carbonica anche nelle azioni quotidiane, senza eccessivi sforzi o sacrifici. Il sito presenta un appartamento virtuale nel quale si possono simulare le attività di tutti i giorni: nelle varie stanze della casa si potrà dunque lavarsi, cucinare, accendere o spegnere gli elettrodomestici. All’esterno della casa si potranno invece utilizzare in modo virtuale i diversi mezzi di trasporto. Al primo ingresso nella “casa” il visitatore è invitato a calcolare il livello medio di produzione di Co2 di una sua giornata tipo. Per scoprire, con molta sorpresa, che anche i suoi più piccoli gesti quotidiani sono sufficienti a immettere nell’atmosfera centinaia di chili l’anno di anidride carbonica. (Da L'Opinione)
Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia
Un progetto di risparmio ed efficienza energetica è stato lanciato dall’Eni di Paolo Scaroni più di un anno fa con l’obiettivo di permettere un risparmio del 30% sull’attuale bolletta energetica di ogni famiglia
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giovedì 11 dicembre 2008
Effetto serra, Roma minaccia il veto alla Ue
Tratta da La Repubblica
Silvio Berlusconi parte per Bruxelles a testa bassa. Alla vigilia del delicato vertice Ue chiamato ad approvare la nuova Kyoto europea, il premier ha ribadito: «Anche se ci sono state molte concessioni, se i nostri interessi saranno colpiti non esiterò a mettere il veto». Dopo qualche giorno di toni pacati, dunque, l´Italia torna ad evocare la possibilità di mandare tutti a casa senza un accordo sul pacchetto climatico dell´Unione, linea appoggiata dalla presidente di Confindustria Emma Mercegaglia. L´appuntamento è per le tre di oggi pomeriggio, quando a Bruxelles confluiranno i capi di Stato e di governo dei 27. Fino a quel momento gli "sherpa" negozieranno ogni virgola del testo che la Francia - presidente di turno della Ue - metterà sul tavolo. Da lì partiranno i negoziati dei leader, che si annunciano tesi e lunghi. Intanto un appello a permettere all´Unione di entrare nella terza rivoluzione industriale - quella verde - lo ha lanciato il premio Nobel Al Gore, a Milano per accettare la cittadinanza onoraria dalle mani di Letizia Moratti: «Spero che gli italiani, d´accordo con la comunità scientifica, possano influenzare le politiche ambientali del governo», ha detto l´ex vicepresidente Usa paragonando l´opposizione al piano Ue alla guerra in Iraq: due decisioni basate «su false premesse» (nello specifico, quella che costi troppo).Il pacchetto prevede di dare seguito a Kyoto con un triplo impegno del 20% entro il 2020: taglio delle emissioni di CO2, incremento di efficienza energetica e fonti rinnovabili. E se dopo mesi di aspri negoziati si è trovato un accordo su auto ed energie rinnovabili, rimangono aperti i temi legati alla riduzione dei gas industriali: Italia, Germania e Polonia - che guida un gruppo di paesi dell´Est - chiedono aiuti per la loro industria. L´ex blocco sovietico dovrebbe ottenere un fondo per aiutare le imprese a uscire dall´epoca del carbone, la Germania uno sconto sulle quote a pagamento che danno diritto ad emettere CO2. L´Italia ha già ottenuto molto, ma vuole di più. Innanzitutto, insieme ai tedeschi, pretende la salvaguardia dei settori a rischio delocalizzazione: dal 2013 l´industria Ue dovrà pagare per inquinare e per evitare la fuga verso i Paesi dove farlo non costerà nulla, così la richiesta è di dare quote gratis ai settori più a rischio. Roma chiede anche di contabilizzare come energia pulita domestica quella prodotta all´estero (dove costa meno) e la definizione di come impiegare i 5 miliardi del bilancio comunitario destinati all´agricoltura ma non spesi: si teme che vadano a finanziare reti energetiche in concorrenza con i progetti dei gruppi italiani. L´ultimo no del governo è sull´impegno Ue ad andare avanti con il piano anche in caso di fallimento dei negoziati Onu che nel 2009 dovrebbero partorire la nuova Kyoto mondiale. Proprio per arrivare a quell´appuntamento con una posizione forte, il presidente di turno dell´Unione, Nicolas Sarkozy, vuole chiudere un accordo a questo vertice per poi convincere l´Europarlamento ad accettarlo.
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad paolo Scaroni
Silvio Berlusconi parte per Bruxelles a testa bassa. Alla vigilia del delicato vertice Ue chiamato ad approvare la nuova Kyoto europea, il premier ha ribadito: «Anche se ci sono state molte concessioni, se i nostri interessi saranno colpiti non esiterò a mettere il veto». Dopo qualche giorno di toni pacati, dunque, l´Italia torna ad evocare la possibilità di mandare tutti a casa senza un accordo sul pacchetto climatico dell´Unione, linea appoggiata dalla presidente di Confindustria Emma Mercegaglia. L´appuntamento è per le tre di oggi pomeriggio, quando a Bruxelles confluiranno i capi di Stato e di governo dei 27. Fino a quel momento gli "sherpa" negozieranno ogni virgola del testo che la Francia - presidente di turno della Ue - metterà sul tavolo. Da lì partiranno i negoziati dei leader, che si annunciano tesi e lunghi. Intanto un appello a permettere all´Unione di entrare nella terza rivoluzione industriale - quella verde - lo ha lanciato il premio Nobel Al Gore, a Milano per accettare la cittadinanza onoraria dalle mani di Letizia Moratti: «Spero che gli italiani, d´accordo con la comunità scientifica, possano influenzare le politiche ambientali del governo», ha detto l´ex vicepresidente Usa paragonando l´opposizione al piano Ue alla guerra in Iraq: due decisioni basate «su false premesse» (nello specifico, quella che costi troppo).Il pacchetto prevede di dare seguito a Kyoto con un triplo impegno del 20% entro il 2020: taglio delle emissioni di CO2, incremento di efficienza energetica e fonti rinnovabili. E se dopo mesi di aspri negoziati si è trovato un accordo su auto ed energie rinnovabili, rimangono aperti i temi legati alla riduzione dei gas industriali: Italia, Germania e Polonia - che guida un gruppo di paesi dell´Est - chiedono aiuti per la loro industria. L´ex blocco sovietico dovrebbe ottenere un fondo per aiutare le imprese a uscire dall´epoca del carbone, la Germania uno sconto sulle quote a pagamento che danno diritto ad emettere CO2. L´Italia ha già ottenuto molto, ma vuole di più. Innanzitutto, insieme ai tedeschi, pretende la salvaguardia dei settori a rischio delocalizzazione: dal 2013 l´industria Ue dovrà pagare per inquinare e per evitare la fuga verso i Paesi dove farlo non costerà nulla, così la richiesta è di dare quote gratis ai settori più a rischio. Roma chiede anche di contabilizzare come energia pulita domestica quella prodotta all´estero (dove costa meno) e la definizione di come impiegare i 5 miliardi del bilancio comunitario destinati all´agricoltura ma non spesi: si teme che vadano a finanziare reti energetiche in concorrenza con i progetti dei gruppi italiani. L´ultimo no del governo è sull´impegno Ue ad andare avanti con il piano anche in caso di fallimento dei negoziati Onu che nel 2009 dovrebbero partorire la nuova Kyoto mondiale. Proprio per arrivare a quell´appuntamento con una posizione forte, il presidente di turno dell´Unione, Nicolas Sarkozy, vuole chiudere un accordo a questo vertice per poi convincere l´Europarlamento ad accettarlo.
Così le grandi aziende dichiarano di volere sensibilizzare le giovani generazioni sui comportamenti eco sostenibili. Il caso dell’Eni, guidato dall’ad paolo Scaroni
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giovedì 23 ottobre 2008
Chi ha paura della CO2?
LUIGI MARIANI, Università degli Studi di Milano, per Il Sole 24 Ore
U na riflessione non ideologica sul cambiamento climatico non può prescindere dal grafico delle temperature globali desunto da osservazioni da satellite (sensore Uah-Msu – fonte: Università dell'Alabama – Huntsville), da cui emerge che la fase di "global warming", iniziata nel 1992, si è conclusa nel 1998, anno più caldo in assoluto con 14,5 ÚC. Da allora le temperature globali alternano stazionarietà a lievi cali, tanto che con ogni probabilità il 2008 si chiuderà con un 14,0 ÚC. Alla luce di ciò occorre domandarsi il perché di quel Nobel per la pace 2007 a Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) e Al Gore, mentre ancora si deve riflettere sulla campagna di demonizzazione della CO 2 , oggi trattata come inquinante mentre al contrario è un mattone essenziale della vita sul nostro pianeta in quanto le piante la usano per produrre alimenti attraverso la fotosintesi.Partiamo allora dalla vexata quaestio della CO 2 , affrontandola per una volta senza il paraocchi del politically correct: e sulla Terra esiste da miliardi di anni un meraviglioso fenomeno, l'«effetto serra» in virtù del quale la temperatura di superficie passa da un glaciale -19 ÚC a un più confortevole +14 ÚC. Ciò si deve al fatto che la superficie è riscaldata non solo dal sole ma anche dall'atmosfera; r il riscaldamento della superficie da parte dell'atmosfera è dovuto per il 79% all'acqua (che agisce per il 55% come vapore acqueo e per il 24% come nubi), per il 14% alla CO 2 e per l'8% agli altri gas serra; t se la CO 2 è azionista di minoranza dell'effetto serra, il contributo termico diretto derivante dal raddoppio del suo livello (560 ppmv, attesi per il 2050) rispetto al livello del 1880 (280 ppmv) sarà di +0,84 ÚC rispetto al 1880 e di soli +0,47 ÚC rispetto a oggi. Gli aumenti assai più robusti (+4/+6 ÚC) preconizzati da Ipcc sono basati sulla "scommessa" secondo cui l'aumento di CO 2 in atmosfera provocherà una retroazione (feedback) dell'azionista di maggioranza (l'acqua) che dovrebbe sostanziarsi in aumento del vapore acqueo e in una contemporanea modificazione della nuvolosità globale. Tale scommessa, che appariva vincente fino al 1998, ha iniziato in seguito a mostrare limiti vistosi poiché la CO 2 continua a salire ma le temperature globali non salgono più.A fronte di tale realtà veniamo allora alle possibili ricette: se la catastrofe climatica non è dietro l'angolo e la CO 2 è un alimento per le piante, per stabilizzare il contenuto atmosferico di quest'ultima occorre far lavorare meglio le piante, il che si ottiene con una seria e perseverante politica di gestione delle risorse idriche in agricoltura, in quanto piante assetate non assorbono CO 2 . Da qui anche l'idea secondo cui politiche di «lotta all'effetto serra» basate unicamente sui «tagli della CO 2 alla produzione » sono scarsamente efficaci e poco lungimiranti.Ciò è a maggior ragione vero per l'Italia, Paese arretrato nelle politiche di diversificazione delle fonti energetiche, che andrebbe invece perseguita con costanza puntando su un mix di fonti (fossile, nucleare, geotermico, solare, eolico, idrico, biomasse eccetera). È inoltre essenziale che le varie fonti siano promosse a seguito di una quantificazione dell'efficienza energetica prima ancora che economica, nel senso che è necessario valutare quanta energia si immette in un processo e quanta se ne ricava.In altri termini si deve fare un passo avanti rispetto a «solare è bello» o «eolico è bello» valutando quanto costi in termini energetici produrre, gestire e poi smaltire i generatori e se l'energia prodotta nel loro ciclo di vita giustifichi l'investimento. In tal senso è oggi più che mai necessario evitare i voli pindarici alla Geremia Rifkin, troppo infarciti di «battaglie per la difesa del clima», «terze rivoluzioni industriali» ed «economie dell'idrogeno» per essere credibili.In conclusione piantiamola con gli slogan, stiamo con i piedi per terra e diamo lavoro ai tecnici, non agli ideologi.
U na riflessione non ideologica sul cambiamento climatico non può prescindere dal grafico delle temperature globali desunto da osservazioni da satellite (sensore Uah-Msu – fonte: Università dell'Alabama – Huntsville), da cui emerge che la fase di "global warming", iniziata nel 1992, si è conclusa nel 1998, anno più caldo in assoluto con 14,5 ÚC. Da allora le temperature globali alternano stazionarietà a lievi cali, tanto che con ogni probabilità il 2008 si chiuderà con un 14,0 ÚC. Alla luce di ciò occorre domandarsi il perché di quel Nobel per la pace 2007 a Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) e Al Gore, mentre ancora si deve riflettere sulla campagna di demonizzazione della CO 2 , oggi trattata come inquinante mentre al contrario è un mattone essenziale della vita sul nostro pianeta in quanto le piante la usano per produrre alimenti attraverso la fotosintesi.Partiamo allora dalla vexata quaestio della CO 2 , affrontandola per una volta senza il paraocchi del politically correct: e sulla Terra esiste da miliardi di anni un meraviglioso fenomeno, l'«effetto serra» in virtù del quale la temperatura di superficie passa da un glaciale -19 ÚC a un più confortevole +14 ÚC. Ciò si deve al fatto che la superficie è riscaldata non solo dal sole ma anche dall'atmosfera; r il riscaldamento della superficie da parte dell'atmosfera è dovuto per il 79% all'acqua (che agisce per il 55% come vapore acqueo e per il 24% come nubi), per il 14% alla CO 2 e per l'8% agli altri gas serra; t se la CO 2 è azionista di minoranza dell'effetto serra, il contributo termico diretto derivante dal raddoppio del suo livello (560 ppmv, attesi per il 2050) rispetto al livello del 1880 (280 ppmv) sarà di +0,84 ÚC rispetto al 1880 e di soli +0,47 ÚC rispetto a oggi. Gli aumenti assai più robusti (+4/+6 ÚC) preconizzati da Ipcc sono basati sulla "scommessa" secondo cui l'aumento di CO 2 in atmosfera provocherà una retroazione (feedback) dell'azionista di maggioranza (l'acqua) che dovrebbe sostanziarsi in aumento del vapore acqueo e in una contemporanea modificazione della nuvolosità globale. Tale scommessa, che appariva vincente fino al 1998, ha iniziato in seguito a mostrare limiti vistosi poiché la CO 2 continua a salire ma le temperature globali non salgono più.A fronte di tale realtà veniamo allora alle possibili ricette: se la catastrofe climatica non è dietro l'angolo e la CO 2 è un alimento per le piante, per stabilizzare il contenuto atmosferico di quest'ultima occorre far lavorare meglio le piante, il che si ottiene con una seria e perseverante politica di gestione delle risorse idriche in agricoltura, in quanto piante assetate non assorbono CO 2 . Da qui anche l'idea secondo cui politiche di «lotta all'effetto serra» basate unicamente sui «tagli della CO 2 alla produzione » sono scarsamente efficaci e poco lungimiranti.Ciò è a maggior ragione vero per l'Italia, Paese arretrato nelle politiche di diversificazione delle fonti energetiche, che andrebbe invece perseguita con costanza puntando su un mix di fonti (fossile, nucleare, geotermico, solare, eolico, idrico, biomasse eccetera). È inoltre essenziale che le varie fonti siano promosse a seguito di una quantificazione dell'efficienza energetica prima ancora che economica, nel senso che è necessario valutare quanta energia si immette in un processo e quanta se ne ricava.In altri termini si deve fare un passo avanti rispetto a «solare è bello» o «eolico è bello» valutando quanto costi in termini energetici produrre, gestire e poi smaltire i generatori e se l'energia prodotta nel loro ciclo di vita giustifichi l'investimento. In tal senso è oggi più che mai necessario evitare i voli pindarici alla Geremia Rifkin, troppo infarciti di «battaglie per la difesa del clima», «terze rivoluzioni industriali» ed «economie dell'idrogeno» per essere credibili.In conclusione piantiamola con gli slogan, stiamo con i piedi per terra e diamo lavoro ai tecnici, non agli ideologi.
lunedì 29 settembre 2008
Kyoto lancia gli emissions trader
Lo scambio di quote di gas serra passa da studi e consulenti, spiega Italia Oggi. Con il trattato di Kyoto le aziende che inquinano poco possono vendere i loro risparmi di emissioni dei gas a effetto serra a chi è meno ecologico; di conseguenza nasce un mercato ricco di opportunità e di nuove figure professionali, gli emissions traders, che si occupano di commercializzare queste quote di emissioni non utilizzate. L'anidride carbonica è diventata quindi come una materia prima, una merce come un'altra con la quale guadagnare o perdere denaro. Il centro del business europeo è Londra, dove lavorano attivamente trader, studi legali e consulenti finanziari .
Per poter essere un buon emissions trader occorre dimostrare forte determinazione al raggiungimento degli obiettivi di vendita assegnati e avere ottime capacità di relazione e negoziazione e autonomia operativa. Egli ha generalmente una formazione di stampo aziendalista, preferibilmente una laurea in Economia e Commercio e un'ottima conoscenza della lingua inglese.
Per poter essere un buon emissions trader occorre dimostrare forte determinazione al raggiungimento degli obiettivi di vendita assegnati e avere ottime capacità di relazione e negoziazione e autonomia operativa. Egli ha generalmente una formazione di stampo aziendalista, preferibilmente una laurea in Economia e Commercio e un'ottima conoscenza della lingua inglese.
martedì 23 settembre 2008
La svolta ambientalista dei colossi informatici
Dal Giornale
La rivoluzione ambientalista degli ecocomputer: i pc del futuro saranno a basso consumo e costruiti con plastiche biodegradabili. I server oggi consumano quanto l'intera industria aeronautica mondiale
Scaricare la posta elettronica, giocare al solitario di Windows, dare un’occhiata alle ultime notizie sui siti dei quotidiani: per l’ambiente, equivale a scorrazzare a bordo di un fuoristrada. Nella rincorsa agli stili di vita verdi, il corridore ambientalista dovrà tenere da conto un nuovo, insidioso e inaspettato ostacolo: il pc. Il miliardo di computer che colonizzano oggi il pianeta è infatti responsabile del due per cento delle emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica, il gas principale causa dell’effetto serra. Percentuale a una prima lettura trascurabile, ma che in realtà rappresenta l’equivalente delle emissioni dell’intera industria aeronautica mondiale. Il petrolio consumato per tenere accesi i computer con cui milioni di adolescenti giocano in rete è lo stesso consumato dai vettori che solcano i cieli di tutto il mondo; ma c’è una differenza importante: i pc sono molto più avidi di energia degli aerei. Nel 1996 i server, calcolatori di maggiori dimensioni e potenza che forniscono servizi a altri computer (client), consumavano 100 watt, oggi oltre 400. A ciò si aggiunga la crescita esponenziale delle It: nel solo 2007 in Gran Bretagna è stato venduto il 48% in più di spazio per memorizzare i dati, contro il 3% d’aumento dei passeggeri aerei. E non è ancora finita: oltre a essere delle idrovore di energia in vita, il colpo più pesante all’ecosistema i personal computer lo danno da «morti», quando, diventati obsoleti (quattro anni la vita media di un pc da ufficio), devono essere rimpiazzati, e il cocktail di sostanze nocive che contengono deve essere smaltito. Il piombo, per esempio, rappresenta il 20% del peso del vetro di uno schermo, e i monitor catodici ne contengono fino a 2 kg.
Dell ha promesso di diventare la «società più verde dell’industria», e per riuscirci, oltre a puntare decisamente nelle sue ultime linee di produzione sui più alti livelli di efficienza energetica, ha avviato un progetto di riciclo «consapevole», offrendo di ritirare e smaltire gratuitamente ai suoi clienti i vecchi computer. Hp dal canto suo ha già da un anno adottato per i suoi hardware soluzioni tecniche come il «Dynamic smart cooling» tecnologia di raffreddamento efficiente delle componenti. La Micropro, addirittura, ha presentato un computer dal case (il rivestimento esterno) completamente biodegradabile. Siamo quindi di fronte alla rivoluzione verde dei pc? Forse. Molto dipenderà anche dagli investimenti dei governi, che potrebbero avviare campagne di rinnovo delle apparecchiature informatiche, come quelle per il rinnovo dei parchi auto. Perché, anche se eticamente fascinoso, il passaggio a tecnologie ecocompatibili porta con sé degli svantaggi, sia economici che in termini di prestazioni. Un computer dalle prestazioni «ecologiche» deve infatti ricorrere a processori a basso consumo, dalle prestazioni inferiori, e a dischi rigidi di memoria flash (la stessa tecnologia delle pennette usb), che consumano meno ma hanno minori capacità di immagazzinamento dei dati. Dal punto di vista economico, Patrick Gelsinger, vicepresidente di Intel, ha calcolato che le tecnologie «ambientalmente corrette» faranno lievitare il prezzo dei computer in media di 15 euro (20 euro il sovrapprezzo per i server), ma i risparmi sui consumi energetici dovrebbero permettere al consumatore di ammortizzare la maggior spesa in uno-due anni. L’utente è avvisato. Perché di prato fiorito non rimanga solo quello digitale, è il caso di darsi una mossa.
La rivoluzione ambientalista degli ecocomputer: i pc del futuro saranno a basso consumo e costruiti con plastiche biodegradabili. I server oggi consumano quanto l'intera industria aeronautica mondiale
Scaricare la posta elettronica, giocare al solitario di Windows, dare un’occhiata alle ultime notizie sui siti dei quotidiani: per l’ambiente, equivale a scorrazzare a bordo di un fuoristrada. Nella rincorsa agli stili di vita verdi, il corridore ambientalista dovrà tenere da conto un nuovo, insidioso e inaspettato ostacolo: il pc. Il miliardo di computer che colonizzano oggi il pianeta è infatti responsabile del due per cento delle emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica, il gas principale causa dell’effetto serra. Percentuale a una prima lettura trascurabile, ma che in realtà rappresenta l’equivalente delle emissioni dell’intera industria aeronautica mondiale. Il petrolio consumato per tenere accesi i computer con cui milioni di adolescenti giocano in rete è lo stesso consumato dai vettori che solcano i cieli di tutto il mondo; ma c’è una differenza importante: i pc sono molto più avidi di energia degli aerei. Nel 1996 i server, calcolatori di maggiori dimensioni e potenza che forniscono servizi a altri computer (client), consumavano 100 watt, oggi oltre 400. A ciò si aggiunga la crescita esponenziale delle It: nel solo 2007 in Gran Bretagna è stato venduto il 48% in più di spazio per memorizzare i dati, contro il 3% d’aumento dei passeggeri aerei. E non è ancora finita: oltre a essere delle idrovore di energia in vita, il colpo più pesante all’ecosistema i personal computer lo danno da «morti», quando, diventati obsoleti (quattro anni la vita media di un pc da ufficio), devono essere rimpiazzati, e il cocktail di sostanze nocive che contengono deve essere smaltito. Il piombo, per esempio, rappresenta il 20% del peso del vetro di uno schermo, e i monitor catodici ne contengono fino a 2 kg.
Dell ha promesso di diventare la «società più verde dell’industria», e per riuscirci, oltre a puntare decisamente nelle sue ultime linee di produzione sui più alti livelli di efficienza energetica, ha avviato un progetto di riciclo «consapevole», offrendo di ritirare e smaltire gratuitamente ai suoi clienti i vecchi computer. Hp dal canto suo ha già da un anno adottato per i suoi hardware soluzioni tecniche come il «Dynamic smart cooling» tecnologia di raffreddamento efficiente delle componenti. La Micropro, addirittura, ha presentato un computer dal case (il rivestimento esterno) completamente biodegradabile. Siamo quindi di fronte alla rivoluzione verde dei pc? Forse. Molto dipenderà anche dagli investimenti dei governi, che potrebbero avviare campagne di rinnovo delle apparecchiature informatiche, come quelle per il rinnovo dei parchi auto. Perché, anche se eticamente fascinoso, il passaggio a tecnologie ecocompatibili porta con sé degli svantaggi, sia economici che in termini di prestazioni. Un computer dalle prestazioni «ecologiche» deve infatti ricorrere a processori a basso consumo, dalle prestazioni inferiori, e a dischi rigidi di memoria flash (la stessa tecnologia delle pennette usb), che consumano meno ma hanno minori capacità di immagazzinamento dei dati. Dal punto di vista economico, Patrick Gelsinger, vicepresidente di Intel, ha calcolato che le tecnologie «ambientalmente corrette» faranno lievitare il prezzo dei computer in media di 15 euro (20 euro il sovrapprezzo per i server), ma i risparmi sui consumi energetici dovrebbero permettere al consumatore di ammortizzare la maggior spesa in uno-due anni. L’utente è avvisato. Perché di prato fiorito non rimanga solo quello digitale, è il caso di darsi una mossa.
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